Sempre fuori posto: le acrobazie di una neo-mamma tra famiglia e lavoro.

10 Maggio 2024

Oggi lasciamo la parola a Giuliana, educatrice di Pianoterra e mamma di un bimbo di pochi anni che ci parla con una punta di amarezza delle acrobazie di una neo-mamma alle prese tra famiglia e lavoro.

 

La prima parola che mi viene in mente quando penso alla conciliazione tra il lavoro e la maternità è… difficile. Non è una cosa semplice essere madri lavoratrici, soprattutto nei primi anni, quando i bambini sono piccoli e richiedono una quantità di cura e attenzioni enorme. E questo non solo perché – come sanno tutti i genitori di bimbi in età da nido – si ammalano spessissimo, ma anche perché in quel periodo richiedono proprio vicinanza e dedizione costante, ed è bello e giusto e importante che sia così.

Conciliare gli orari dei servizi educativi con quelli del lavoro è un gioco di acrobazia, soprattutto se si vive in città come Napoli, dove gli spostamenti tra un punto A e un punto B non sono agevoli né con mezzo privato né con mezzo pubblico nelle fasce più congestionate. Avere i minuti contati, sempre, significa trascurare cose apparentemente “superflue”, ad esempio soffermarsi un po’ di più a salutare un bambino che magari ha una giornata un po’ storta, e lasciarlo imbronciato o in lacrime tra le braccia dell’educatrice ripetendoti, mentre ti allontani col cuore stretto, che “tra due minuti starà già ridendo e giocando con gli altri bambini”.

Penso che una mamma di un bambino piccolo che lavora si senta spesso inadeguata e fuori posto. Ad esempio, quando mio figlio si prendeva tutti i virus e i batteri del mondo al nido e ogni volta stava a casa anche dieci giorni di fila, passavo le giornate a sentirmi nel posto sbagliato: ero a casa a prendermi cura di lui e pensavo al lavoro, alle difficoltà in cui magari si trovavano le colleghe perché io mancavo e loro dovevano “coprire” anche me. Lo facevano con il sorriso, ma io dentro non sorridevo… Poi stavo a lavoro e pensavo a mio figlio, sapevo che lui per fare l’aerosol voleva me e solo me, che quando aveva la tosse forte si riusciva a calmare solo tra le mie braccia, e giù sensi di colpa!

Per non parlare dei risvolti economici: si fa presto a dire congedi parentali, ma dover rinunciare a percentuali di stipendio per “restare a casa” non è una passeggiata, e si fa sentire parecchio sulle finanze familiari.

Un’altra cosa su cui spesso mi sono ritrovata a riflettere, da madre lavoratrice a tempo pieno (e quindi rispetto a tante altre donne anche privilegiata!), è che questa condizione, ideale sulla carta, quando hai un bambino piccolo significa non avere mai mai mai del tempo di qualità da dedicargli, soprattutto durante la settimana. Pensiamoci: rientrare a casa dopo una giornata di lavoro da otto ore significa avere, sì e no, un paio d’ore da trascorre con un bambino che, giustamente, richiede le attenzioni alla mamma e al papà che non ha visto per tutta la giornata. Solo che a quell’ora, dopo otto ore di lavoro e magari quaranta minuti di traffico, la mamma e il papà sono due stracci che vorrebbero solo mettersi sul divano e riposare, e invece no, perché chiusa la giornata lavorativa per molte mamme (e per qualche papà) inizia un’altra giornata fatta di gioco, bagnetto, cena, gioco, nanna… l’energia è quella che è, e la qualità spesso soccombe.

All’idea di fare un altro figlio mi si ghiaccia davvero il sangue, perché non so davvero come faccio a fare tutto quello che faccio con un solo figlio, figuriamoci con due…

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